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Home Cultura

A Palazzo Merulana in mostra gli anni romani dell’artista ligure Francesco Vaccarone

di Redazione Libri Arte
27/03/2026
Tempo di lettura: 3 minuti

Pittura, incisione e scultura. Sono le tre direttrici che l’intellettuale ligure Francesco Vaccarone ha scelto per rappresentare la sua arte. Un modo tutto suo di vedere il mondo che gli ha permesso di dialogare, oltre che con il pubblico e i collezionisti, con i più importanti esponenti della cultura del secondo Novecento, grazie a oltre duecento mostre personali in Italia e all’estero. A Francesco Vaccarone (La Spezia 1940 – 2024) è dedicata la mostra ‘Francesco Vaccarone a Roma 1970-1976’ che Palazzo Merulana ospita fino al 3 maggio 2026. Un progetto espositivo, fortemente voluto dalla sua famiglia, curato da Umberto Croppi, presidente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, e da Paolo Asti, grande amico e cultore dell’artista, nonché presidente dell’associazione culturale ‘Startè’, che ha prodotto la mostra. Un’esposizione che non è solo un omaggio ma è anche un tassello che va a riempire un vuoto importante nel mosaico della storia dell’arte del secolo scorso e lo fa raccontando uno spaccato temporale preciso, ovvero gli anni che Vaccarone trascorse a Roma.

E’ in questo contesto che si inserisce la scelta di Palazzo Merulana di accogliere l’esposizione, per offrire al pubblico un ulteriore spunto di lettura dell’arte romana del Novecento, accanto a quelli offerti dalle opere della Collezione Elena e Claudio Cerasi, qui custodite. Dal periodo romano (e dagli incontri che ne scaturirono) derivava in parte il suo modo di esplorare il rapporto tra figura e spazio, memoria e paesaggio urbano (e interiore) sulla tela e sulle lastre attraverso il suo segno incisivo. A Roma, infatti, Vaccarone frequentò la Stamperia Il Cigno, crocevia di artisti come Burri, Capogrossi e Afro, Marini, Gentilini, Guttuso e Fieschi, e divenne punto di riferimento per la Scuola Romana. Fu una fase cruciale nella sua vita, che coincise con la coda del boom economico e l’ingresso negli anni della contestazione e della sua maturità artistica. “Il periodo romano ha indubbiamente segnato il suo percorso artistico – scrive Paolo Asti – lo scarto di pensiero provocato in quegli anni, ha fatto in modo che in lui si consolidasse l’idea che l’arte fosse prima di tutto una pratica, una modalità di vita, permettendomi di comprendere come sia un errore vedere l’opera dell’artista come risultato, perché la vera opera dell’artista è, in vero, un modo di essere nel mondo”.Nella selezione delle opere esposte i due curatori hanno voluto narrare questo percorso. Esempi di opere giovanili introducono alla poetica del maestro ligure. Si pensi, ad esempio alle ‘Mitofanie’, in cui rivela una capacità di trarre dai materiali visioni, con una precoce intuizione rispetto a ciò che avverrà, e un esempio assemblage che testimonia del suo incontro con la poesia visiva. Alcuni quadri in ‘transizione’ (‘Adamo’, ‘Ermafrodito’, ‘Pescatore’, ‘Mosca cieca’) introducono alle esperienze successive, nelle quali è chiara tutta la sua maturità, non estranea all’ambiente culturale in cui questa parte della sua formazione si svolge.Scrive Umberto Croppi: “Roma rappresenta, per Vaccarone, l’approdo ad una sintesi tra l’avanguardia e la grande tradizione pittorica e incisoria italiana. Mentre lavorava come incisore, non abbandonava la pratica pittorica: sono, anzi, quelli gli anni in cui avvia i cicli più significativi della sua produzione, quelli che dedicò ai ‘Gabbiani’ e ai ‘Clochard’. È in questa serie di opere che definisce il suo personalissimo profilo in una forma di semi-astrattismo, percorrendo due filoni paralleli. Il tema delle origini liguri, simboleggiato nel volo degli uccelli marini, segno di movimento e libertà, e quello urbano dell’emarginazione e della sconfitta. Una rappresentazione drammatica del suo tempo, che sottintende, però, anche una vena ironica, che sarà una costante della vita oltre che della poetica del maestro”.Il colore diventa materia, capace di conferire quel volume che, in altre creazioni, ha reso attraverso strati e spessori; l’individuazione dei temi è una sorta di dichiarazione del suo universo interiore e del suo sentire. A testimoniare il suo impegno di incisore, viene esposta una rara copia della cartella di incisioni ‘In articulo amoris’, emblematica tanto per la tecnica che per il calembour del titolo che attesta la sua inclinazione per il gioco semantico che il sentimento che lo anima. Del suo passaggio romano e delle sue frequentazioni son prova i ritratti di personaggi famosi che esegue al tratto, cogliendone i caratteri con pochi, decisi segni. Tra questi uno schizzo a carboncino di Alberto Moravia, fatto al Cigno, lo Studio per Renato Guttuso, o il ritratto di Enzo Carli abbozzato a china su una busta nel 1973. Una doverosa ed eloquente citazione è quella dedicata ai suoi due maestri. Il ritratto che del giovane artista fece Gino Bellandi, e un Golfo di La Spezia, opera di Giuseppe Caselli.

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