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L’Italia resta nella procedura Ue. La rabbia di Meloni

di Redazione Libri Arte
23/04/2026
Tempo di lettura: 3 minuti
L’Italia resta nella procedura Ue. La rabbia di Meloni

L’Italia dovrà attendere almeno un altro anno per l’uscita dalla procedura Ue per deficit eccessivo. Il governo ci aveva sperato, fissando l’obiettivo di scendere già nel 2025 alla fatidica soglia del 3%. Ma col 3,1% certificato da Eurostat e Istat i conti pubblici italiani si avviano – la decisione spetta alla Commissione Ue a inizio giugno – a restare ancorati ai vicoli di bilancio imposti da Bruxelles. Allontanando la possibilità di liberare risorse da destinare alle spese per la difesa e alla prossima manovra elettorale. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non nasconde la propria rabbia, punta il dito contro “sciagurato” Superbonus e rimarca come da anni i primi dati Istat sottostimino il Pil effettivo per poi rivederlo al rialzo: “una beffa”. 
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Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che fino a qualche giorno diceva di credere nei miracoli, non si scompone: presenta un Documento di finanza pubblica ispirato al “realismo” e non esclude di ricorrere allo scostamento. La giornata del varo del Dfp in consiglio dei ministri è anticipata dall’atteso pronunciamento di Eurostat sul deficit dello scorso anno. Il verdetto conferma la stima di aprile dell’Istat: 3,1%. Che poi si tratti di un 3,07% arrotondato per eccesso cambia poco la sostanza: troppo lontano dal 3% ritenuto accettabile dall’Ue. L’Istat, che diffonde le stime in contemporanea con Bruxelles, conferma il dato, certificando anche un debito 2025 in rialzo al 137,1%. Un fallimento del governo, denunciano le opposizioni: Eurostat ne certifica il “flop economico”, commenta il Pd; “avevano puntato tutto sul 3% e hanno fallito”, attacca il leader del M5s Giuseppe Conte; “ora rinuncino agli enormi aumenti previsti per la spesa militare”, chiede Avs. Il ministro dell’Economia non si fa scalfire. Tutto questo dibattito mi interessava moltissimo prima dello scoppio della guerra, ma poi molto meno, dice in conferenza stampa, ricorrendo come d’abitudine ad una metafora calcistica: “come diceva Boskov rigore è quando l’arbitro fischia. Puoi essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco”.
La guerra del resto ha cambiato completamente lo scenario. E il Dfp ne rispecchia le incertezze, con un approccio “realistico e responsabile”, rivendica il governo. Le circostanze sono “eccezionali” e quindi anche le previsioni risultano “già oggi discutibili” e nelle prossime settimane richiederanno “ulteriori approfondimenti e aggiornamenti”, spiega Giorgetti, illustrando le nuove stime, ridimensionate rispetto a quelle di ottobre: il Pil viene limato allo 0,6% quest’anno e il prossimo (rispetto allo 0,7 e 0,8% previsti nel precedente documento), il debito salirà già quest’anno sopra il 138% per restarci anche nel 2027 e poi scendere appena sotto nel 2028. Un dato, quest’ultimo, che risente ancora della coda del Superbonus, puntualizza anche Giorgetti. Per l’obiettivo di portare il deficit sotto il 3% si guarda ora al 2026, quando l’indebitamento è fissato al 2,9%, per poi scendere progressivamente nei due anni successivi (come richiesto dall’Ue per poter garantire l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo).
L’uscita anticipata avrebbe consentito di avere nuovi spazi già quest’anno da usare per l’ultima manovra del governo Meloni. Giorgetti non si sbilancia: la situazione è cambiata e anche la legge di bilancio dovrà essere adeguata alla situazione del momento. Il quadro del Dfp, che “fotografa la realtà”, andrà ora affiancato da “decisioni politiche”, spiega Giorgetti, che fa riferimento esplicito alla deroga per le spese per la difesa, ma aggiunge anche quella che definisce la “priorità assoluta”: tamponare l’aumento dei costi energetici, a partire dall’autotrasporto, che a cascata poi si ripercuotono fino ai prezzi del supermercato. L’idea di uno scostamento è già nell’aria: “Se si fa uno scostamento c’è una priorità” ed è l’aumento dei prezzi, spiega il ministro, che non esclude che l’Italia in questo senso possa anche muoversi da sola. Sull’energia chiede intanto di fare presto il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, che teme per la crescita: se la guerra in Iran arrivasse a fine anno, la recessione – dice – è quasi una certezza..  

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