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La Russa: ‘Meloni al Colle gradita agli elettori del centrosinistra’

di Redazione Libri Arte
30/07/2026
Tempo di lettura: 2 minuti
La Russa: ‘Meloni al Colle gradita agli elettori del centrosinistra’

Ci tiene a metterlo subito in chiaro, quasi a concedersi una liberatoria preventiva. Per un giorno il cerimoniale può aspettare: davanti ai cronisti risponderà anche da politico, non soltanto da presidente del Senato. “Sono iscritto a un gruppo”, ricorda Ignazio La Russa, rivendicando una libertà che – osserva – il capo dello Stato non ha. È il lasciapassare per trasformare il tradizionale Ventaglio in oltre un’ora di conversazione politica, tra battute, retroscena, avvertimenti agli alleati e perfino incursioni calcistiche.
Fino al tema che più lo accende: il Quirinale. “Perché “dovrebbe essere un tabù” che un esponente della destra possa salire al Colle? Giorgia Meloni, premette, “non ci pensa nemmeno”. Ma se un giorno dovesse rifletterci, per lui il passaggio sarebbe quasi naturale: dopo Sergio Mattarella arriverebbe “una grande presidente”. Apprezzata non soltanto dal centrodestra, ma perfino “da gran parte degli elettori del centrosinistra”.
La classica torre – Antonio Tajani o Roberto Vannacci – è la prima occasione per mettere qualche paletto. La Russa sorride ancor prima di rispondere. “Tajani non lo butto mai giù dalla torre. Non è soltanto un amico, è una risorsa per la democrazia e per il centrodestra”. Poi il colloquio scivola sulle ambizioni di “vera destra” del generale. “Questa gara a chi è più di destra non la capisco. Non dico che la vinco a man bassa perché sarei presuntuoso…”.
La sala ride, ma dietro la battuta c’è un doppio avvertimento al leader di Futuro nazionale. Il primo passa dalla memoria: l’ex militante dell’Msi sfoglia l’album della destra italiana, snocciolando i nomi di Pino Rauti, Francesco Storace e dei “vari epigoni”, da come Forza Nuova e CasaPound. Tutti, lascia intendere, hanno provato a raccontarsi con “la fiamma”, come più autentici della destra di governo. Ma nessuno ci è riuscito e, forse, “porta male” persino provarci.

Il Presidente del Senato Ignazio La Russa

L’affondo più severo a Vannacci arriva però sul femminicidio. Le parole del generale contro il nuovo reato sono “un errore clamoroso”: significa non comprendere la portata del fenomeno né il valore simbolico di una risposta dello Stato. Soprattutto, scandisce, quella posizione “non appartiene alla destra”.
Quando l’attenzione si sposta sulla maggioranza, il presidente del Senato torna a indossare i panni del mediatore. Lo fa sulla legge elettorale, rivendicando il lavoro svolto per un compromesso “democratico” sulle preferenze. Lo fa sul Safe, ridimensionando le polemiche: si tratta di una “normale procedura”, assicura, senza “nessun dramma”. E lo fa sul candidato sindaco di Milano, soffermandosi sul retroscena della cena con tutti i possibili aspiranti, compreso Maurizio Lupi, il nome che non ha mai nascosto di preferire. Poi si sfila con eleganza: la decisione, assicura, spetterà “a Meloni, Salvini e Tajani”.
Le domande cambiano direzione di continuo. Il caso Roggero? Da avvocato rimetterebbe mano all’eccesso colposo di legittima difesa. Il calcio? Anche da interista, promossi Roberto Mancini e Claudio Ranieri alla guida della Nazionale. I cronisti continuano a punzecchiarlo anche a cerimonia finita. Lui sorride e si concede una previsione da bookmaker: “Direi al 51% che si vada a fine legislatura”. Più che una profezia, una quota. Del resto, aveva detto all’inizio, quattro Ventagli “sono già un buon record”.

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