Il Festival dei Due Mondi di
Spoleto giunge alla 69/a edizione, la prima guidata dal nuovo
direttore artistico Daniele Cipriani, affiancato dal consulente
per l’opera e la prosa Leo Muscato e dalla consulente per la
musica classica Beatrice Rana.
La manifestazione, cominciata ieri e in programma fino al 12
luglio prossimo, si è avviata con un palinsesto ricco di prime
assolute, eccellenze mondiali e giovani talenti. Ampliando la
missione multidisciplinare e la vocazione globale che il
Festival ha sempre promosso, quest’anno opera, musica, danza,
prosa e arte partono dal tema “Radici” per rilanciare il
palcoscenico internazionale in una nuova dimensione condivisa,
che custodisce l’eredità del passato proiettandosi nel futuro.
Diciassette giorni di programma, 100 performance, di cui
sette prime mondiali e nove produzioni originali per il
Festival, con più di 1000 artisti provenienti da 28 Paesi, per
un totale – sottolineano gli organozzatori – di circa 11 giorni
e mezzo di arte non stop.
Al debutto, quasi 23.000 biglietti venduti.
Il cartellone si è aperto con la prima di Vanessa, l’opera
che valse a Samuel Barber il Pulitzer, nel nuovo allestimento
prodotto dallo stesso Festival in coproduzione con la Fondazione
Teatro comunale di Bologna e la Fondazione Teatro Petruzzelli.
La regia è di Leo Muscato, il libretto – in inglese – del
fondatore Gian Carlo Menotti, la direzione d’orchestra della
sudcoreana Sora Elisabeth Lee, che ha guidato l’Orchestra del
Teatro comunale di Bologna e il Coro del Teatro lirico
sperimentale di Spoleto.
L’opera, che in Europa esordì proprio al Festival dei Due
Mondi del 1961 in una traduzione italiana, è torna ta a Spoleto
dopo 65 anni per restituire nuova luce a un caposaldo del
melodramma internazionale. Spiega Leo Muscato all’ufficio stampa
del Festival: “Abbiamo scelto di inaugurare il Festival di
Spoleto 2026 con Vanessa di Samuel Barber perché incrocia in
modo naturale il tema di questa edizione, Radici. È un’opera che
tiene insieme due mondi: la tradizione europea e la cultura
americana, e li fa dialogare senza mai separarli davvero. Questo
è già nella sua origine: nel libretto di Gian C arlo Menotti,
che guarda all’immaginario di un’altra illustre europea, Karen
Blixen, e nel legame con Spoleto, dove l’opera ha trovato il suo
debutto europeo, nel 1961, in una traduzione italiana del
libretto. Tornarci oggi, dopo 65 anni nella versione originale
inglese, non è un’operazione filologica: è un modo per
riattivare quel movimento, rimettere in circolo un’idea di
teatro aperto, attraversato da più culture. È un’opera che scava
in zone scomode – l’attesa, il desiderio, l’identità – senza
cercare soluzioni facili. La messa in scena nasce da qui: non
come celebrazione, ma come attraversamento”.
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