(di Francesco Gallo)
Si sa che quando ci
si invecchia si diventa più fragili, si dimenticano le cose e ci
si commuove spesso, ma quando capita a Mr. Wolf fa davvero
impressione e non ti sta bene. È quello che è successo al
Filming Sardegna Festival di Tiziana Rocca all’incontro con
Harvey Keitel, attore e produttore cinematografico statunitense
di 87 anni.
Stiamo parlando dell’interprete di Mean Streets di Martin
Scorsese, con cui lavorò anche in Taxi Driver e L’ultima
tentazione di Cristo, del protagonista anche dell’opera prima di
Ridley Scott, I duellanti. E ancora interprete in Thelma &
Louise sempre di Scott, Il cattivo tenente di Abel Ferrara,
Lezioni di piano di Jane Campion, ma soprattutto de Le iene e
Pulp Fiction di Quentin Tarantino.
Pantaloni bianchi, polo blu, sandali e capelli ancora folti
Keitel è visibilmente fragile, ma comunque capace di entusiasmo
quando l’argomento è nelle sue corde. E così coi tempi giusti ha
parlato delle sue crisi di pianto, di Trump, della sua America
in guerra, di Quentin Tarantino e del suo prossimo film dedicato
alla moglie. Per quanto riguarda la soluzione di tutti i
problemi del mondo per lui, che è sempre Mr Wolf, a salvarci
sara: “l’arte in tutte le sue forme, pittura, ballo, cinema e
altro”.
Di Quentin Tarantino ricorda gli inizi: “Era un ragazzo
brillante con un grande senso dell’ironia. Quando ancora quando
non aveva girato Le iene era praticamente un ragazzo che
lavorava in un negozio di videocassette molto povero. Quindi
quando é venuto a casa mia la prima volta aveva fame e io gli ho
aperto il frigo e gli ho detto: scegli e mangia quello che vuoi.
Lui è così venuto più volte e saccheggiava sempre il mio
frigorifero”.
Sul fatto che si ritrovi spesso a piangere non ne sa il
motivo e poi dice: “Ci sono delle cose che devono rimanere
soltanto ‘tra il diavolo e l’acqua santa’ cose non vanno
toccate”.
Alla domanda se Mr. Wolf sarebbe in grado di sistemare Donald
Trump, dice: “Da un punto di vista puramente filmico, quindi
fictional, Wolf lo sistemerebbe in un battibaleno”. Ma poi
aggiunge: “stiamo vivendo un brutto momento nel mondo ci sono
persone che muoiono anche a causa dei nostri soldati e dunque
per colpa del mio Paese. Il compito dell’artista – ribadisce – è
proprio quello di curare gli animi e quindi solo l’arte può
salvarci”. Il fatto è – aggiunge poi – “che viviamo in un’epoca
in cui ci sono capitalisti affamati che cercano di fare soldi
dalle tasche dei poveri”.
In cosa crede oggi Keitel? “Nel fare la cosa giusta”, dice
facendo sua la risposta di un soldato durante la rivoluzione
americana”. Per quanto riguarda il suo ultimo film: “È un lavoro
che sto girando con mia moglie, ma di cui non posso rivelare il
titolo. È la storia di un matrimonio e di tutto quello che può
accadere all’interno di un rapporto di coppia che va avanti da
tanti anni. Mia moglie, Daphna Kastner, l’ho conosciuta quando
lei aveva fatto il suo primo film, Spanish Fly. Quando l’ho
vista ho deciso di sposarla”.
Keitel ricorda poi nella master class con gli studenti il
primo incontro con Martin Scorsese nel 1967 per ‘Chi sta
bussando alla mia porta’. “Trovai un annuncio e andai a fare
un’audizione e, tra cinquanta attori candidati, eravamo rimasti
solo in tre. Io però faccio una cosa diversa perché di sera mi
reco dove facevano i provini e mi accorgo che in fondo al
corridoio c’erano ancora luci accese. Uno mi dice che Martin sta
lì in quella stanza in fondo al corridoio. Arrivo lì e trovo una
stanza, praticamente vuota allestita come una stazione di
polizia. Lui mi vede e mi dice con tono brusco: siediti! Io gli
rispondo con lo stesso tono: ma tu chi sei? E Martin mi dice
ancora: siediti! A questo punto mi altero davvero e dico: dimmi
chi cazzo sei? E lui fa altrettanto. Stavamo arrivando alla
rissa finché una voce fuori campo dice: Harley, sereno, è solo
un’improvvisazione. Allora guardai Martin e gli dico ancora più
infuriato: me lo avresti dovuto dire, ma ormai la parte era
mia”.
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