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Josh Safdie, ‘Marty Supreme insegna a sognare in grande’

di Redazione Libri Arte
19/01/2026
Tempo di lettura: 3 minuti
Josh Safdie, ‘Marty Supreme insegna a sognare in grande’

“Sogna in grande”. È il messaggio che Josh Safdie vuole lanciare con ‘Marty Supreme’, in arrivo in Italia il 22 gennaio con I Wonder Pictures. Uno dei film più applauditi dell’anno, con Timothée Chalamet già premiato ai Critics Choice e ai Golden Globes e in corsa da favorito per l’Oscar come miglior attore, dopo che la statuetta gli era sfuggita l’anno scorso per il biopic su Bob Dylan, ‘A Complete Unknown’.
“Penso che l’ambizione sia una caratteristica a cui tutti dobbiamo aggrapparci”, dice in conferenza stampa a Los Angeles il maggiore dei Safdie, 41 anni, che con il fratello Benny, 39, aveva diretto gli acclamati ‘Good Time’ e ‘Diamanti grezzi’. “Spero che guardando la storia di un ragazzo disposto a qualsiasi cosa per realizzare la versione migliore di se stesso, i giovani siano punti dalla voglia di ribellarsi alla passività, diventata una cultura pervasiva del nostro tempo”.
Il ragazzo in questione è Marty Mauser (Chalamet, appunto), giovane ebreo chiacchierone e mingherlino, con occhiali da intellettuale, baffetti da divo del cinema e un fisico da personaggio dei cartoni più che da gigante dello sport. Il personaggio è vagamente ispirato a Marty ‘The Needle’ Reisman, campione statunitense di ping pong, noto nel secondo dopoguerra tanto per il talento quanto per la predisposizione a scommesse, truffe e numeri da showman.
Siamo nel 1952. Marty lavora in un negozio di scarpe a Manhattan e sogna di conquistare il mondo del tennistavolo, sport in rapida ascesa, e di brevettare la sua marca di palline arancioni, le Marty Supreme. Ha una relazione con Rachel (Odessa A’zion), la fidanzata d’infanzia sposata a un marito violento, e mette da parte ogni dollaro per arrivare ai campionati di Wembley. Ci andrà, ma nulla è lineare per questo giovane spericolato e irriverente.
“Un sogno è un viaggio, non una meta”, riflette Safdie, al suo primo lungometraggio da solo, mentre sempre per A24 il fratello ha firmato The Smashing Machine. “John Lennon diceva: la vita è ciò che accade mentre fai altri progetti. I sogni esistono fuori dal tempo, come l’amore. Ampliano la prospettiva e ti aiutano a capire cosa conta davvero. Alla fine del film succede proprio questo: un sogno deve esaurirsi perché ne inizi un altro. È il destino che decide. Per me, questo è un film di rapine: i sogni sono rapine al destino. Marty finisce esattamente dove la sua famiglia voleva che restasse, ma ci arriva in modo personale e significativo. E alla fine guarda negli occhi l’infinito: suo figlio”.
Prima di arrivare a quel momento, Marty corre senza tregua. Centoquarantanove minuti vissuti come una partita di ping pong contro la vita: un unico giocatore contro tutti, che danza, suda, cade e rimbalza intorno al tavolo. Una maratona di disastri e tumulti, equivoci stravaganti, allusioni cinefile, cameo famosi, affari improvvisati, razzismo e antisemitismo, desiderio sentimentale e l’avventura erotica con Gwyneth Paltrow, al ritorno sul grande schermo dopo anni. Presentato ai Golden Globe come commedia, il film è anche un dramma per la profonda umanità della parabola del protagonista e dei personaggi che lo circondano, e un thriller, per la tensione e l’energia febbrile che lo attraversano.
Marty prende la rincorsa, fallisce e si rilancia a capofitto, ostacolato da mille avversità che gli impediscono di partecipare ai tornei che contano. “Non chiamatelo antieroe”, mette in guardia Safdie. “C’è un’ironia intrinseca in questa definizione. Io e Ronnie (lo sceneggiatore Ronald Bronstein) proviamo ammirazione e amore per ogni personaggio del film, anche per chi ha una sola battuta. Marty in particolare: vediamo la sua positività, la passione, l’esuberanza, l’entusiasmo. È questa la sua capacità di ispirare gli altri”.
La scelta di Chalamet per il ruolo è lineare, secondo il cretore newyorkese: “In lui ho visto la stessa urgenza, il desiderio di diventare la versione suprema di se stesso. Un grande giocatore di tennistavolo è dotato di iper-concentrazione e precisione assoluta. Timmy ce l’ha nel Dna. Nella preparazione non finiva di farmi domande sul background del personaggio.Siamo arrivati a quindici letture del copione e ogni volta aveva nuovi quesiti. Aveva bisogno di approfondire, perché l’energia di Marty nasce da dentro”. Ma Chalamet si è buttato a capofitto anche nella preparazione esteriore, allenandosi con le racchette per sette anni. La storia del quasi campione di ping pong newyorkese Marty Mauser è piccola, ma il grande cinema la trasforma in epopea. Safdie ne è convinto: “L’unico modo per avvicinarsi a qualcosa di universale è scavare nel livello più micro possibile”.

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