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La diplomazia della rissa, da Trump a Gaza

di Redazione Libri Arte
30/11/2025
Tempo di lettura: 3 minuti
La diplomazia della rissa, da Trump a Gaza

(di Francesca Pierleoni)
ANTONIO PICASSO, STEFANO POLLI,
RENATO VICHI, ‘LA DIPLOMAZIA DELLA RISSA’ (FrancoAngeli, pp 136,
22 euro) – Un libro “particolarmente prezioso” perché “ci offre
dei criteri per adeguare il nostro senso critico ai tempi che
stiamo vivendo e, con ciò, capire meglio la politica
internazionale di questo periodo così complesso. In questo
spirito, tornare ad avere cura delle parole vuol dire riscoprire
il senso della diplomazia e ritrovare il valore del linguaggio
come atto di responsabilità civile”. Lo scrive il diplomatico
Giampiero Massolo, ex Presidente dell’Istituto per gli Studi di
Politica Internazionale, attuale presidente di Mundys, nella
prefazione a ‘La diplomazia della rissa – Parole alla deriva:
cronaca di un mondo che non sa più parlarsi’, firmato dai
giornalisti Antonio Picasso, Stefano Polli e Renato Vichi. Un
libro che naviga fra gli stravolgimenti degli ultimi anni nel
linguaggio del potere e dei governi, diventato sempre più
battagliero, violento, provocatorio e virale, anche attraverso
l’uso sistematico dei social e il ricorso all’insulto e
l’attacco personale.
   
Una trasformazione dettata anche da capi di Stato che
preferiscono spesso i proclami al dialogo, le minacce alle
aperture, l’illusione rispetto alla realtà, come Vladimir Putin
Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Recep Tayyip Erdogan, Xi
Jinping o Javier Milei. Leader e strategie che animano alcuni
degli approfondimenti del libro, disegnato come mappa del mondo
presente, con le sue nuove (e vecchie) guerre, stragi, tensioni
continue, squilibri sociali, e sbilanciamenti economici globali.
   
Questo saggio ‘è “una bussola per orientarvi nel caos
comunicativo della diplomazia moderna, della pseudo-diplomazia,
soprattutto quella urlata e spesso vuota. Perché capire come
parliamo di pace e guerra è il primo passo per smettere,
finalmente, di alimentare il rumore” si spiega. ‘Le parole sono
importanti’ diceva Nanni Moretti (citato nel primo capitolo) ma
le ritroviamo sempre più umiliate e schiacciate tra fake news
(che comunque, in varie forme, ci sono sempre state, viene
ricordato) e post verità. Uno scenario nel quale il ciclone
Trump spinge costantemente sull’acceleratore delle polemiche,
ancorandosi alla retorica del guerriero, dell’io contro tutti (o
quasi) per non perdere mai il centro della scena, dai dazi alle
guerre. Uno stile che ha avuto fra i momenti topici l’attentato
del 13 luglio 2024 durante il quale il tycoon è rimasto
lievemente ferito a un orecchio. Un evento ripercorso nel libro,
paragonando la reazione di The Donald a quella che ebbe Palmiro
Togliatti dopo l’attentato di cui fu vittima il 14 luglio 1948.
   
Il leader comunista, salvò allora l’Italia da una guerra civile,
invitando alla calma. Trump “sceglie la strada esattamente
opposta – si osserva -. Coglie la palla al balzo e, da vittima
graziata da Dio, indica ai suoi la rotta. Se anche fosse
possibile una conciliazione – che Trump non vuole –
quell’attentato è il segno che, da ora in poi, tutto è lecito.
   
E’ lo stesso copione di Capitol Hill”.
   
L’analisi dei tre autori, passa anche, fra le varie tappe per
la propaganda 2.0 dell’invasione dell’Ucraina, che da Kiev e da
Mosca “si combatte anche con le parole”. A scandirla una
rastrelliera di armi come il social media warfare, l’uso delle
piattaforme social non solo per dare aggiornamenti ma anche “per
manipolare la percezione pubblica”; il narrative framing, cioè
creare narrazioni specifiche per portare le persone verso le
proprie posizioni; un intero ecosistema di fact checking per
smontare bufale e fake news; influencers e storytelling
personalizzati. Allo stesso modo, ribadiscono gli autori, nel
capitolo dal titolo tranchant ‘Dal mattatoio del 7 ottobre alla
riviera di Gaza’ “anche il conflitto tra Israele e Hamas
esploso dopo il 7 ottobre 2023 ha prodotto un’imponente mole di
discorsi e narrazioni politiche, mediatiche e strategiche, che
riflettono non solo le posizioni dei vari attori coinvolti, ma
contribuiscono anche a plasmare la percezione pubblica della
guerra”.
   
Guardando al quadro generale, si tratta ora di risolvere
sfide di carattere globale, tutti insieme perché il cambiamento
mondiale al quale stiamo assistendo non può essere autogestito a
livello di singoli Paesi” e se “esiste un antidoto per sostenere
questo momento di debolezza”, occorre trovarlo “nella diplomazia
e attraverso le parole della diplomazia. Perché i focolai che si
sono aperti non si risolveranno per pura casualità”.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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