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L’Ariston di Trieste celebra Bela Tarr con 4 film

di Redazione Libri Arte
07/04/2026
Tempo di lettura: 1 minuti
L’Ariston di Trieste celebra Bela Tarr con 4 film

Il Cinema Ariston celebra un
grande maestro del cinema scomparso tre mesi fa, il regista
ungherese Bela Tarr, con un retrospettiva-evento dal titolo “Il
tempo della fine” che, da domani al 21 aprile, propone 4 film
capolavori. Una iniziativa della Cappella Underground con il
Trieste Film Festival.
   
Per gli organizzatori si tratta di 4 “opere radicali che
hanno ridefinito il linguaggio cinematografico”, presentate in
versione originale con sottotitoli in italiano e restaurate in
4K.
   
Béla Tarr (Pécs, 1955), dopo gli esordi nel cinema
realistico, sviluppò uno stile unico, in bianco e nero, dal
ritmo dilatato e lunghi piani sequenza: un “cinema contemplativo
e metafisico”, e collaborò più volte con lo scrittore László
Krasznahorkai, Premio Nobel per la Letteratura 2025.
   
Apre la rassegna, domani (h.20.30), Perdizione (1988),
melodramma noir sullo sfondo del crollo comunista. Il film sarà
preceduto (h.19.00), nello Spazio Underground, da un podcast
dedicato al cinema di Tarr. Martedì 14 aprile (h.20.30), con Le
armonie di Werckmeister (2000), è considerato l’apice del
sodalizio con Krasznahorkai, il film racconta l’arrivo di un
circo misterioso in una cittadina della provincia ungherese,
composto soltanto da una gigante balena e un enigmatico
Principe: “una parabola sulla resistenza della bellezza di
fronte alla brutalità cieca degli uomini”. Sabato 18 aprile
(h.10.30) sarà la volta di Sátántangó (1994), l’opera più
monumentale e titanica di Tarr: dodici capitoli della durata di
7 ore (proiezione con due pause). E’ la storia della cooperativa
agricola in cui Irimiás, un manigoldo creduto morto, torna per
manipolare i contadini alternando paura e speranza; è un’analisi
spietata del potere e della necessità umana di credere ai falsi
profeti. Martedì 21 aprile (h.20.30) chiuderà la rassegna Il
cavallo di Torino (2011), Orso d’argento e Premio FIPRESCI al
Festival di Berlino, parabola sulla miseria dell’esistenza e
testamento cinematografico di Tarr.
   

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