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‘No go zones’ in Europa: dalla Francia all’Italia, le aree più a rischio criminalità e marginalizzazione

di Redazione Libri Arte
03/04/2026
Tempo di lettura: 3 minuti
‘No go zones’ in Europa: dalla Francia all’Italia, le aree più a rischio criminalità e marginalizzazione

Alcune zone delle grandi città europee vengono chiamate “no go zones”, cioè aree difficili da controllare per lo Stato. In uno studio del 2015, lo storico Daniel Pipes spiegava che in Francia ce ne sarebbero centinaia: luoghi in cui le forze dell’ordine possono entrare solo con molte forze e per poco tempo.

Secondo un rapporto più recente dell’Observatoire de l’immigration et de la demographie, queste aree sono quartieri (a volte intere città), dove lo Stato è meno presente e si sviluppano regole “parallele”. Lo studio collega questa situazione a diversi fattori, come difficoltà di integrazione, differenze culturali, nascita di gruppi che non seguono le stesse leggi e valori del resto della società. In sintesi, il rapporto sostiene che in alcune zone si sta creando una separazione dal resto della società e un indebolimento dell’autorità dello Stato.
Le guerre tra bande per il mercato della drogaL’analisi si basa su dati contenuti in rapporti ufficiali, media e fonti accademiche, ad esempio Eurostat, Agenzia europea per le droghe, Ocse, Pew Research center e stime relative all’economia sommersa di Friedrich Schneider. Vengono presi in considerazione anche criteri qualitativi, quali presenza di bande, attacchi alla Polizia, episodi di antisemitismo. Lo Studio si concentra su sette Paesi dell’Unione europea in cui le ‘zone vietate’ sono più segnalate: Francia, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Svezia e Paesi Bassi, selezionandone tre per le Nazioni più grandi e due per le altre.
In base ad un indicatore basato su undici criteri qualitativi e quantitativi, ricompresi in tre grandi parametri (criminalità e violenza, società parallela, ritiro dello Stato), viene assegnato un punteggio in una scala da uno a dieci che determina l’elenco dei quartieri considerati ‘no-go zones’.

Tra quelle più a rischio, al primo posto con indicatore 10 c’è la banlieu Franc Moisin di Saint-Denis in Francia, seguita da quella di La Castellane a Marsiglia (9,4), a pari merito con Molenbeek a Bruxelles. Aree, dove sono cresciuti e hanno trovato rifugio un numero significativo di soggetti radicalizzati, come Salah e Brahim Abdeslam, figure chiave degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, e Mohamed Abrini (successivamente coinvolto negli attentati di Bruxelles). A La Castellane è invece scoppiata una guerra tra le due bande che si sono spartite a lungo il mercato della droga: Dz Mafia (da Dzaïr, Algeria in arabo) e Yoda. Ci sono poi Rosengard (sempre 9,4) a Malmo, in Svezia; Mistral (8,8) a Grenoble; Marxloh (8,8) a Duisburg, in Germania; Neukolln (7,5) a Berlino: Angered (7,5), a Goteborg; Raval (7,1) a Barcellona; Borgerhout (7,1) ad Anversa; Chorweiler (5,8), a Colonia; Villaverde (5,2), a Madrid; Feijenoord, (5,2), a Rotterdam; Schilderswijk (5,2), a l’Aja.
Le tre zone a rischio in Italia
Per l’Italia sono state individuate tre zone a rischio: la Stazione Termini a Roma (4,8), Quarto Oggiaro (5,8), a Milano, il quartiere Aurora (8,8) a Torino.
In tutte le ‘No go zones’ individuate viene riscontrata la presenza di bande giovanili, segnalazioni di antisemitismo, omofobia e restrizioni basate sul genere (tranne in Spagna e a L’Aja) e attacchi contro la Polizia. I tassi di disoccupazione in tutte le zone individuate sono più alti (in molti casi sensibilmente) rispetto alla media europea. A Chorweiler (Colonia), Borgerhout (Anversa) e Neukolln (Berlino) il tasso di violenza sessuale è di molto superiore alla media europea. Il dato schizza rispetto alla media Ue anche a Rosengard. Il report individua una dinamica parallela tra l’aumento dei livelli di immigrazione e il progressivo sviluppo di enclave urbane ad alto tasso di criminalità e in cui lo Stato si è ritirato. Correlazione che non viene riscontrata invece quando sussiste solamente un’alta diffusione della povertà.Immigrazione e il caso SveziaLa popolazione musulmana in queste aree è nettamente sovrarappresentata, con una percentuale media di residenti che raggiunge il 29%, superando sia la media a livello Ue del 4,9%, sia la media nelle aree urbane comparabili al di fuori delle zone vietate. Secondo il dossier i legami familiari, la solidarietà etnica e le reti religiose svolgono un duplice ruolo in questi quartieri: forniscono sostegno sociale, ma a volte proteggono involontariamente attività illecite.Lo studio evidenzia il caso della Svezia, mostrando una forte correlazione statistica tra la percentuale di residenti, nati all’estero e le principali categorie di crimini violenti. Secondo il rapporto circa il 63% dei terroristi islamisti che hanno colpito l’Europa tra il 2010 e il 2025 aveva un legame verificato con una ‘no-go zone’. Il ritiro della comunità, la percezione di esclusione e la microcriminalità creano, infatti ,un contesto favorevole per i reclutatori jihadisti.

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