(di Silvia Serafini)
“Sulle Case di comunità siamo pronti
a fare la nostra parte, con serietà e senso delle istituzioni”.
All’indomani dell’annuncio dello stop alla riforma della
medicina territoriale, che prevedeva, tramite decreto legge,
l’inserimento dei medici di famiglia nelle Case di comunità e il
passaggio alla dipendenza per una parte di loro, sono i diretti
interessati a tendere la mano al ministro della Salute, Orazio
Schillaci. La Federazione italiana dei medici di famiglia
comunica, dunque, “la disponibilità a individuare soluzioni
negoziali entro le scadenze previste dal Pnrr”. È poi lo stesso
ministro a rassicurare che entro il 30 giugno, termine per il
raggiungimento dei target del Pnrr, le Case di comunità
apriranno.
Ora l’obiettivo di Schillaci, come da lui stesso
dichiarato, “è trovare un accordo con Regioni e medici di
medicina generale” e, per riuscire in questo rispettando le
tempistiche, “ci saranno incontri”. Resta caldo invece il fronte
con le Regioni. Dopo il forte dissenso espresso ieri
dall’assessore al Welfare della Lombardia Guido Bertolaso, oggi
è il presidente Attilio Fontana a rincarare la dose, definendo
lo stop alla riforma “una scelta sbagliata del governo” poiché
si trattava di una proposta “sottoscritta sia dal centrosinistra
che dal centrodestra”. Dalla Toscana, il presidente Eugenio
Giani invita a raggiungere l’intesa “con il dialogo e non con le
imposizioni”, come fatto nella sua Regione. E come fatto anche
in Emilia-Romagna, ricorda l’assessore alle politiche per la
Salute Massimo Fabi, che coordina la Commissione Salute della
Conferenza delle Regioni.
Nuove critiche arrivano dall’opposizione parlamentare. Per
Marina Sereni, responsabile sanità del Pd, “stiamo assistendo al
clamoroso fallimento del tentativo di modificare la medicina
generale, senza coinvolgere i professionisti interessati e senza
aver verificato prima il consenso della maggioranza”. Dura la
Cgil, che parla di “pessimo teatrino”, auspicando l’avvio di una
discussione parlamentare.
Nel frattempo, a meno di 20 giorni dalla scadenza del Pnrr,
i dati disponibili sullo stato di attivazione delle case di
comunità sono tutt’altro che rassicuranti. Al 31 dicembre 2025,
come rilevato dalla Fondazione Gimbe in base al monitoraggio
dell’Agenas, su 1.715 case di comunità programmate (di cui
almeno 1038 finanziate dal Pnrr), 781 (il 45%) aveva almeno un
servizio attivo ma solo 66, ovvero poco meno del 4%, risultavano
pienamente funzionanti con personale all’interno e forti sono i
divari tra Regioni. L’allarme arriva anche da Cittadinanzattiva,
che rileva come “le nuove strutture sono ancora in una fase di
attivazione tale da non essere percepite dai cittadini come
riferimenti assistenziali”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA





