Colmare il vuoto amministrativo che
penalizza le strutture pubbliche italiane nella classificazione
degli interventi di affermazione di genere e, parallelamente,
arginare la prassi delle autorizzazioni per i flussi di pazienti
verso strutture sanitarie estere, con i relativi rimborsi a
carico del Servizio Sanitario Nazionale. E’ questa la duplice
urgenza, “non più rimandabile”, al centro del tavolo al
ministero della Salute con i vertici della Società Italiana di
Urologia (Siu) e il Capo della Segreteria Tecnica del ministro,
Nicola Bonaccini, affiancato dai funzionari dell’Ufficio
Legislativo. Un confronto in cui sono state sollevate diverse
criticità.
La prima riguarda la classificazione interna al Ssn:
attualmente, l’assenza di codici Drg (Diagnosis Related Group)
specifici costringe gli ospedali italiani a ricorrere a codici
generici legati al singolo organo o alla singola procedura,
“componendo – sottolinea la Siu – un macchinoso puzzle
burocratico che dilata i tempi amministrativi e genera
incertezza economica per le aziende sanitarie.
A questa lacuna interna si aggancia il cortocorticorcuito
delle autorizzazioni oltreconfine: basandosi su una normativa
del 1989, si registra un incremento significativo di richieste
di rimborso per interventi eseguiti all’estero, spesso in
cliniche private, motivate da una percezione di liste d’attesa
elevate in Italia”. Una dinamica che comporta un duplice onere
economico per lo Stato, chiamato a rimborsare le prestazioni
estere e, successivamente, a gestire sul territorio nazionale le
eventuali complicanze post-operatorie.
“Il percorso di transizione di genere in Italia necessita di
una riforma profonda che sia al contempo amministrativa e
organizzativa – dichiara Giuseppe Carrieri, presidente Siu -. A
livello nazionale è indispensabile istituire un codice Drg ad
hoc che riconosca la specificità della chirurgia di affermazione
di genere. Sul fronte internazionale, invece, chiediamo di
riconsiderare le prassi applicative del Decreto Ministeriale del
1989. È necessario rendere più rigorosi i criteri di produzione
della documentazione clinica che supporta le autorizzazioni al
rimborso!”.
L’Italia dispone di Centri pubblici (in primis gli
‘Ospedali Riuniti’ di Foggia, l’Aou di Careggi e il Cidigem di
Torino), conclude la nota, “con competenze specialistiche
consolidate e sicure: la priorità deve essere il potenziamento
di queste strutture interne per incrementare l’attività
chirurgica e ridurre i tempi d’attesa, non l’invio sistematico
verso prestazioni estere che disperde preziose risorse
pubbliche”.
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