“Nell’intelligenza artificiale non
troviamo qualcosa di alieno, ma sempre noi stessi. Dei noi molto
più bravi e rapidi tecnicamente, ma lo è anche una calcolatrice.
È come dire che un’intera biblioteca la sa più lunga del suo
bibliotecario: è ovvio, ma al tempo stesso irrilevante. Siamo
noi che facciamo domande all’intelligenza artificiale e non il
contrario, siamo noi portatori di volontà e di bisogni, qualcosa
che le macchine non hanno”. Lo ha detto il filosofo Maurizio
Ferraris a Voci sul Futuro 2026, dialogando con i giornalisti
ANSA e il direttore scientifico di ASviS, Enrico Giovannini.
Negli ultimi 50 anni — il tempo trascorso tra la prima
lezione da studente all’ultima da professore universitario di
Ferraris — la storia è completamente cambiata. “La tecnica —
sottolinea il filosofo — bastava a sé stessa e non pensava alla
necessità di un complemento umanistico. Adesso da una parte la
scienza è sempre più consapevole delle proprie implicazioni
sociali, dall’altra la tecnologia ha avuto un’accelerazione
impressionante e solleva importanti questioni filosofiche”.
Prima tra tutte l’aspetto etico, rispetto a cui Ferraris
mantiene una posizione moderata: “L’etica dell’IA è necessaria
ma porta con sé bias e pregiudizi. Più che inserirla nei
computer, bisogna continuare a educare il comportamento degli
esseri umani”. Un altro punto su cui la filosofia ha trovato
nuova vitalità è la capacità di fornire “narrazioni generali”,
ossia “mettere il nostro tempo all’interno di un percorso
storico”.
Il progresso tecnologico, di per sé, non è negativo. “Ha dato
nuova forza e visibilità — ricorda Ferraris — a delle culture
che erano schiacciate dalla una subalternità tecnologica che
adesso non esiste più”.
Se c’è un timore fondato è invece quello che l’IA rimuoverà
alcuni lavori. Ma anche da questo punto di vista non è il caso
di fare allarmismi: “L’umano come homo faber è un’invenzione
recente nella lunghissima storia dell’umanità. L’umano sa di
poter vivere senza lavorare, la cosa essenziale è che il valore
che produce venga riconosciuto e distribuito in un’altra maniera
che non sia il lavoro”, conclude Ferraris.
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