A 28 anni, il canadese del Quebec Théodore Pellerin si sta affermando come uno degli attori più interessanti della sua generazione, con una già solida carriera tra Canada, Stati Uniti, e Francia: da È solo la fine del mondo di Xavier Dolan alle serie Franklin con Michael Douglas e Becoming Karl Lagerfeld, dove interpretava Jacques de Bascher, a lungo compagno dello stilista (Daniel Bruhl). Tutto il suo talento lo ha dimostrato ancora una volta nell’intenso dramma Nino, opera prima di Pauline Loques, in arrivo nelle sale italiane il 30 aprile con Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures in collaborazione con Rarovideo Channel.
Il film, che ha ricevuto quest’anno due Cesar, uno come migliore opera prima e l’altro per Pellerin come miglior promessa maschile, ha iniziato la lunga serie di premi vinti a Cannes l’anno scorso con il premio per il protagonista come miglior star emergente alla Semaine de la Critique. “La cosa curiosa è che dopo aver girato Nino, quando ancora non sapevamo se il film sarebbe stato accolto bene o meno, ho pensato di volermi fermare, di non voler più fare film – spiega all’ANSA Pellerin che quest’anno tornerà alla Semaine in veste di giurato – perché era stata un’esperienza così profonda, così lontana dalla banalità e dalla frivolezza, che dopo, tutto il resto mi sembrava un po’ vacuo”. Adesso “cerco davvero di fare un film solo quando sento che per me è una storia necessaria, quando sento di volere assolutamente farne parte”. Tra i suoi progetti in arrivo ci sono Milo di Nicole Garcia dove recita a fianco di Marion Cotillard e il nuovo film di Tom Ford, Cry to Heaven. In questo periodo di grande attenzione mediatica “ho un po’ l’istinto contrario, a nascondermi – aggiunge sorridendo -. Ma sono molto toccato e commosso da come le persone abbiano accolto e amato questo film”.
Un affetto più che meritato per un racconto che ruota intorno a un fine settimana tra incubo e rinascita, vissuto da Nino (Pellerin), 28enne che alla viglia del suo 29/o compleanno scopre di avere un tumore alla gola, per il quale dovrà iniziare in tempi molto brevi (tre giorni dopo) la chemioterapia. Nino, solitario e silenzioso, vorrebbe solo andarsi a chiudere nel suo appartamento ma un contrattempo decisivo, l’aver perso (di nuovo) le chiavi di casa, lo costringe a confrontarsi con gli amici, nuovi incontri importanti e una vita dalla quale, dopo aver perso il padre, aveva preferito allontanarsi. “Non potendo tornare a casa, è costretto ad entrare nel rumore e nel caos di una metropoli come Parigi, circondato da tanta gente, da sconosciuti, in quel frastuono dove ci si può perdere, ma soprattutto dove si incontrano persone – osserva l’attore -. La perdita delle chiavi lo costringe a entrare nella vita”.
La storia, interpretata, fra gli altri, anche da Jeanne Balibar, William Lebghil e Salomé Dewaels ha al centro anche la genitorialità: dal rischio portato dalla chemioterapia di non poter avere figli in futuro (possibilità che potrebbe scongiurare, con la crioconservazione preventiva di un campione di liquido seminale, gli viene spiegato) al ritrovare per caso un’amica del liceo Solal, madre single. “Diventare genitore è un’immensa forza vitale che trascende ciò che siamo – spiega l’attore -. Ho visto Nino come qualcuno che già pensasse, prima della diagnosi, alla propria morte ma su un piano molto astratto. Una volta che la mortalità diventa una possibile realtà per lui, il suo rapporto con la vita cambia completamente, e così anche il suo rapporto con la possibilità di diventare padre”. La scoperta della malattia “trascina Nino immediatamente in un’altra dimensione del presente, dove la banalità scompare completamente, e la vita assume un nuovo peso, una nuova trasparenza in cui le cose sono viste molto più chiaramente. È un personaggio che, di fatto, anche se vive in una sorta di stato passivo, non è mai solo, perché è circondato da tante persone che lo amano, come la madre o gli amici, che lo coinvolgono in un vortice di feste, gente, parole, abbracci e baci. È come se si lasciasse trasportare dalle loro vite”.
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