“Crediamo che la società prima di
Facebook si informasse prima di dire qualcosa. E anche sui primi
social, quando le persone si esprimevano, dicevano cose che
avevano imparato, non che si erano inventate. Noi vogliamo fare
in modo che questa dinamica torni e che la gente ricominci a
voler imparare qualcosa di nuovo, a informarsi, prima di
interagire sulla nostra piattaforma”. Uel Bertin parla così di
Ivory, il nuovo social network nato in Italia da un’idea
dell’altro co-fondatore, Adam Nettles, e che sarà aperto a tutti
dal 30 aprile.
“Adam è statunitense ma abita in Italia da dieci anni –
spiega -. Durante il suo dottorato ha notato che non c’è uno
spazio online per gli accademici con un contenuto di
informazioni più elevato, verificato e sicuro”. Da qui l’idea di
crearlo. Ma a questo punto “perché limitare questo mondo agli
accademici, se possiamo creare un social media popolato da
contenuti di qualità e in cui se parlo di qualcosa di
interessante non c’è qualcuno a torso nudo con molta più
visibilità solo perché il suo contenuto diventa virale e il mio
no?”.
La piattaforma, perciò, si costruisce su un algoritmo
diverso, e parte da premesse differenti. Prevede un tipo di
utente verificato, che certifica la propria identità con un
documento, e non verificato, che potrà leggere i post altrui
senza interagire (così si evitano bot e account falsi). Tra i
verificati, ci sarà un’ulteriore suddivisione in base alle
competenze: un livello base, uno più avanzato (per chi fornisce
un curriculum e partecipa a conversazioni relative al proprio
lavoro o un particolare interesse) e uno accademico, per i
grandi esperti.
Gli argomenti di conversazione saranno suddivisi – un po’ in
stile Reddit – in “Torri d’avorio” (in inglese Ivory Towers, da
qui il nome del social), ossia aree tematiche accademiche e di
community. In queste ultime “tutti potranno esprimersi e trovare
un proprio spazio – spiega Antonio Ucciero, responsabile
marketing e media – ottenendo credibilità attraverso le proprie
interazioni” e i “voti” assegnati loro dagli altri utenti, in un
sistema ispirato a quello della peer review degli articoli
scientifici.
Non che le torri d’avorio siano note per essere luoghi
sociali, anzi. Il limite di una piattaforma del genere sta nel
creare un sistema elitario, escludente. “Non possiamo mentire –
dice Bertin – l’app è diversa da altre. Stiamo cercando di
essere bold, audaci. Non significa escludere, ma che se vuoi
parlare di qualcosa e avere visibilità, devi essere una persona
interessata a imparare”. Per lui “ci sono dei momenti nella
società dove le cose vanno fatte in modo più incisivo. Senza
abbandonare l’aspetto della comunità dove tutti sono benvenuti,
anche perché Ivory nasce con valori europei, oltre che in
compliance con il Gdpr. Speriamo di diventare ricchi, ma nemmeno
la metà della metà dei grandi fondatori di social. Non vogliamo
tenere le persone il più possibile davanti allo schermo”. E
perciò la palette scelta non è quella che crea ‘dipendenza’ e
rilascio di dopamina, a favore di un’interfaccia oro e avorio.
Non mancheranno, comunque, video brevi – chiamati brief – e
storie.
“Ivory nasce in un periodo propizio perché la Commissione Ue
ha registrato un’iniziativa dei cittadini europei per un social
network europeo diverso da quelli dominanti”, ha ricordato
Ucciero. “Questo – prosegue – è indicativo di una necessità di
maggiore autonomia, anche a seguito di ciò che sta succedendo
tra Europa, Iran e Stati Uniti”. La pubblicità sarà
targetizzata, ma senza misurazione del tempo trascorso né
condivisione con terzi dell’attività degli utenti. “Essendo poi
certificati come rivista scientifica – conclude Ucciero -, un
altro nostro core business sarà orientato alla diffusione e alla
vendita di articoli scientifici”. I paper sottoposti a Ivory
saranno inviati a tre revisori competenti nel settore, scelti
casualmente tra coloro che non presentano alcun conflitto di
interessi.
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