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Alla Berlinale che guarda a Gaza vince il tedesco Catak

di Redazione Libri Arte
22/02/2026
Tempo di lettura: 3 minuti
Alla Berlinale che guarda a Gaza vince il tedesco Catak

“Berlino è sempre stata ed è ancora un luogo enormemente politicizzato”, è calmo e tranquillo Wim Wenders nella serata conclusiva della settantaseiesima edizione della Berlinale che ha visto trionfare il regista tedesco Ilker Catak con il suo “Gelbe Briefe”, Lettere gialle, una storia ambientata in Turchia sulla repressione di una famiglia di artisti da parte dello Stato, che in Italia sarà distribuito da Lucky red.
“Una terrificante premonizione che guarda al futuro prossimo che potrebbe accadere anche nei nostri paesi”, ha detto Wenders. Il gran premio della giuria, l’Orso d’Argento è andato a Kurtuluş (Salvation) del regista Emin Alper, che ha ricordato i palestinesi di Gaza, gli iraniani, i curdi del Rojava e gli oppositori politici in Turchia: “non siete soli”.
Se nella conferenza stampa di presentazione un mese fa si era parlata di un festival meno politico rispetto agli anni passati, la serata conclusiva ha dimostrato quanto politico possa essere il cinema ma soprattutto in quanti modi. Nei giorni scorsi la giuria aveva dato l’impressione che non volesse prendere posizione su Gaza. Ne è venuta fuori persino una lettera aperta di alcuni artisti per prendere le distanze dalla scelta della Berlinale.
Ecco perché la serata è iniziata con la direttrice artistica Tricia Tuttle apparsa un po’ provata per le polemiche: “criticare e parlare apertamente fa parte della democrazia, così come il disaccordo, e rispettiamo le persone che parlano apertamente perché a volte ci vuole molto coraggio per farlo”. E ha sottolineato: “la Berlinale è rimasta un luogo dove le persone si riuniscono in pubblico e dove tutti sono benvenuti, al di là delle differenze, per sedersi insieme al buio e guardare il mondo attraverso gli occhi di altre persone”.
Sono stati gli interventi di Marie-Rose Osta, che ha vinto nella sezione del miglior corto con Yawman ma walad (Someday a Child), e di Abdallah Alkhatib, premiato nella sezione documentari con “Chronicles From the Siege”, a riscaldare gli animi. La prima ha ricordato il suo film con un bambino che ha superpoteri, precisando “in realtà i bambini di Gaza, di tutta la Palestina e del mio Libano non hanno superpoteri per proteggerli dalle bombe israeliane”.
Alkhatib ha portato sul palco la bandiera palestinese e ha scandito: “un giorno avremo un grande festival cinematografico nel mezzo di Gaza e sarà solidale con le persone che vivono sotto assedio, sotto occupazione e sotto dittature in tutto il mondo”. Per poi aggiungere polemicamente: “ricorderemo tutti coloro che sono stati con noi e ricorderemo tutti coloro che hanno contrastato il nostro diritto di vivere con dignità o che hanno scelto il silenzio”. Qui c’è stato anche uno scambio di opinioni con alcuni del pubblico, che hanno chiesto di “liberare Gaza da Hamas”.
Su queste polemiche, Wim Wenders ha letteralmente volteggiato con l’eleganza, la pazienza, il fare paterno e la precisione di un anziano professore, lo stesso Catak ha riconosciuto alla fine: “sei stato uno dei miei maestri”. “Qual è il linguaggio comune alla Berlinale?” ha chiesto Wenders con il tono di chi la sa lunga. Per poi specificare: “il nostro linguaggio, il cinema, è molto differenziato, ci sono tanti approcci a questo linguaggio quanti sono i registi”. Ma soprattutto: “gli attivisti combattono principalmente su Internet per cause umanitarie, in particolare per la dignità e la protezione della vita umana. Queste sono le nostre cause, come dimostrano chiaramente i film della Berlinale”. E rivolgendosi direttamente agli attivisti ha affermato: “fate un lavoro necessario e coraggioso, ma non è necessario che sia in competizione con noi, tantomeno che le nostre lingue debbano scontrarsi”.
Da qui l’invito: “non è una gara, la nostra è un’alleanza”, anche perché “le cause condivise hanno una migliore possibilità di resistere al vento sempre mutevole del consumo di astrazione e sovrasaturazione. Il cinema è più resistente all’oblio e certamente più longevo della breve durata dell’attenzione che offre Internet”. E a quel punto la serata era conclusa, il professore aveva finito la lezione: da Berlino è ormai tutto.

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