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**Biennale Arte Venezia: Skochilenko, ‘escludere la Russia non è cancel culture’**

di Redazione Libri Arte
10/03/2026
Tempo di lettura: 3 minuti
**Biennale Arte Venezia: Skochilenko, ‘escludere la Russia non è cancel culture’**

Chiedere alla Russia di non partecipare alla Biennale Arte di Venezia “non è cancel culture, ma una posizione da ascoltare”. Per Aleksandra Skochilenko, artista di San Pietroburgo condannata nel novembre del 2023 a sette anni di carcere per aver inserito nei cartellini con i prezzi dei prodotti di un supermercato della sua città adesivi con informazioni sull'”operazione militare speciale”, e rilasciata dopo due anni di colonia penale nel quadro dello scambio di prigionieri del primo agosto del 2024, “una richiesta proveniente dagli ucraini (come quella espressa dal ministro degli Esteri Andriy Sybiha e della Cultura Tetyana Berezhna, ndr) che continuano a subire il trauma di questa guerra, deve essere ascoltata”.

In una intervista all’Adnkronos, Skochilenko, che ha 35 anni e non si considera una attivista, ma è convinta che chi fa arte “debba occuparsi della contemporaneità”, spiega che sarebbe pronta a fare un passo indietro, lei, artista underground, arrestata nel 2022 in seguito a delazione, condannata l’anno successivo per aver diffuso informazioni false sulle forze armate, “se un ucraino, che magari ha perso un figlio in guerra, si sentisse offeso da una sua mostra, dalla mostra di una qualunque artista russa”, a Berlino, la città in cui vive ora, o altrove. Ed è questo che, a suo dire, devono fare gli artisti russi, ben più inseriti, coinvolti nel progetto del Padiglione russo della Mostra che sarà inaugurata a maggio. E poi “chi ha la possibilità di esibire le proprie opere in contesti come quello di una mostra tanto importante” come l’Esposizione internazionale d’arte di Venezia “può permettersi di rinunciare a esserci, avendo comunque già raggiunto un grado sufficiente di visibilità”, aggiunge Skochilenko, a Villa Doria Pamphilj a Roma, dove questa mattina si è svolta la cerimonia di dedica di due alberi di ulivo a lei e a Viktor Emil Frankl, fondatore della logopedia sopravvissuto ad Auschwitz, “figure che in epoche diverse testimoniano la responsabilità individuale di fronte ai totalitarismi e alle derive autoritarie”, come spiega la Fondazione Gariwo che ha promosso l’iniziativa in collaborazione con Roma Capitale e Memorial Italia. ‘origine trauma collettivo russi in suono bussare alla porta che in epoca sovietica indicava l’arresto imminente’Nel 2022, subito dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ricorda Sasha, che nel 2014 aveva firmato una graphic novel a puntate su depressione e salute mentale, pubblicato in seguito come libro prima in russo e poi in ucraino, “ho agito per ragioni personali. Perché avevo molti amici e conoscenti in Ucraina. Ma tutti hanno il diritto di fare qualcosa, che sia partecipare a una manifestazione di protesta o aiutare qualcuno, senza doversi considerare un attivista. La tendenza a trasformare un atto di disobbedienza civile in attivismo contribuisce a spaccare la società in due”. “E’ anche una posizione comoda per giustificare la propria pusillanimità. Significa poter dire, ‘io non conto nulla, non sono un attivista, non posso fare niente”, afferma Skochilenko, ancora ottimista sulla possibilità di recupero della società russa e dei giovani, malgrado la trasformazione della storia in ideologia, quindi in materia principale di studio nelle scuole di ogni grado, associata alla richiesta in interrogazioni ed esami, di dimostrare la propria aderenza al sistema e al credo putiniano, denunciata da Boris Belenkin, fra i fondatori di Memorial, “emigrante politico” in Europa, anche lui a Roma oggi. “La nostra generazione ha più strumenti per curare il trauma della società, come la psicoterapia o il femminismo”, precisa la giovane artista, laddove Belenkin avrebbe alla sua età parlato dell’apertura degli archivi e del parlare della verità, “prima di capire che non è compito dello storico quello di curare”, indicando, lei, il terrore diffuso nella società sovietica, passato a quella russa, il bussare alla porta in mezzo alla notte, il segno dell’imminente arresto durante gli anni del terrore e nelle repressioni successive, l’origine della ferita originaria collettiva, “quella di temere più l’arresto del morire o uccidere in guerra”. Ma “il trauma si può curare e può sparire”, conclude Skochilenko.

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